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Maestro di Jean Rolin (Attribuito a)
Libro d’ore
Secolo XV  
Cod. perg.; provenienza francese-fiamminga?
Scrittura gotica bastarda; legatura non originale
Mm. 190 x 140; cc. 1 + 130
Inv. 546

La nostra attenzione si è soffermata sugli esempi offerti dalle Heures de Guillaume Rolin e dalle Heures à l’usage de Paris (pp. 42-44, nn. 11 e 12), e ci è parso di ravvisare la possibilità che l'illuminatore del codice d'Arco possa essere stato il Maestro di Jean Rolin, almeno nella parte successiva al calendario. Quest'ultima appare infatti chiaramente opera di ben diversa e ben modesta mano. La prima c. è bianca, mentre le cc. sgg., miniate a diversi motivi tratti dal mondo naturale (fiori, frutta, animali, uccelli, insetti) riportano il calendario (ce. 1r-6v), tutto in francese, mentre la parte successiva (cc. 7r-130v) è tutta in latino, adorna di ricchi capilettera (e. 7r, s. Giovanni Evangelista; c. 121r, Il bacio di Giuda ) e di ampie miniature a piena pagina, i cui soggetti sono i seguenti:
L'annunciazione (c. 17r)
La visita di Maria a Elisabetta (c. 27v)
Gesù crocifisso (c. 38r)
La Pentecoste (e. 39V)
La natività di Gesù (c. 41 r)
L'annuncio ai pastori (c. 47r)
L’adorazione dei Magi (e. 51r)
La presentazione di Gesù al tempio (c. 54v)
La fuga in Egitto (c. 58v)
L’incoronazione della Vergine (c. 65r)
Davide in preghiera (e. 71 r)
Inumazione di un defunto (c. 87r).
Alla e. 17r, nella parte inferiore, sotto la raffigurazione dell'Annunciazione, figura lo stemma di proprietà, non ancora individuato. L’artista usa costantemente le lumeggiature ottenute con punteggiatura e tratteggio dorati. Con mano esperta egli colloca a volte scene entro aeree ambientazioni gotiche. Impiega colori di calda intensità e soffonde le raffigurazioni di onirica dolcezza, preoccupandosi di caratterizzare i volti dei personaggi.

R.S.

Studi recenti hanno evidenziato con sufficiente credibilità la presenza di due miniatori che intervennero nella decorazione delle carte in momenti diversi. Il corpus ornamentale dell'Officio con le miniature di grande formato è stato assegnato da chi scrive al cosiddetto Maitre de Jacques de Besançon, datandolo pertanto al terzo-quarto del XV secolo, mentre quello del Calendario, costituito da vignette più ridotte, è fatto risalire al primo decennio del Cinquecento ed attribuito all'atelier del cosiddetto Maitre de la Chronique Scandaleuse. Il riconoscimento di queste due personalità contribuisce infatti a documentare in modo significativo, se pur a distanza rispetto alla sua sede originaria, gli orientamenti stilistici dell'arte parigina tra il XV e XVI secolo, concorrendo a colmare quella irrimediabile perdita di testimonianze provenienti dalla pittura coeva su tavola o su affresco imputabile massimamente alle Guerre di religione ed alla Rivoluzione. Le illustrazioni del libro d'ore risultano pervase soprattutto da forti influssi fiamminghi, onde ne è derivata la qualifica di codice franco-fiammingo. Ferma restando infatti l'origine parigina del manoscritto, comprovata altresì dalla presenza considerevole nel Calendario dei santi patroni di quella città, ci si è interrogati a lungo sui probabili collegamenti tra la committenza più antica e la destinazione più recente del medesimo codice. A riguardo il ritrovamento da parte del professor Signorini di una lettera (1951) indirizzata alla contessa Giovanna d'Arco, è invalso attualmente come l'unico termine post quem con cui accertare a proprietà ultima del codice all'illustre casato d'Arco, dacché esso è divenuto, alla morte della nobildonna (1973), patrimonio della Fondazione (1980). Da parte di chi scrive è stato invece approfondito l'esame dei due stemmi presenti nel libro d'ore, già segnalati e descritti, ma sin qui privi di un riscontro persuasivo. L'indagine araldica, infatti, ha condotto alla scoperta di un blasone nobiliare corrispondente di massima a questi ultimi, riconosciuto come lo stemma dell'antico casato Morenberg di Castel Giovo, in Val di Cembra, nel Trentino nord-orientale. Questa famiglia di notabili valligiani documentata a partire dai primi decenni del XVI secolo, acquisì detto blasone per concessione dell'arciduca d'Austria Ferdinando d'Asburgo nel 1561. Questa interessante scoperta ha indotto a postulare l'ipotesi che in quest'area geografica di confine tra il nord ed il sud dell'Europa sia avvenuto l'avvicendamento del manoscritto interessato. E' risaputo infatti che i membri del casato d'Arco di Mantova, discendenti dei conti d'Arco trentini, mantennero contatti e diritti patrimoniali nei territori aviti sino al secolo scorso. E' invitante, dunque, prospettare che il libro d’ore franco-fiammingo sia giunto a Mantova per questa via atesina. In quali circostanze esatte non é ancora dato sapere, ma dall'esame della legatura, stilisticamente più moderna rispetto al contenuto del volume, non si esclude che questo trasferimento sia databile tra XVIII e XIX secolo.

A.C.