La donazione


La storia della famiglia de Caprianis (i Cavriani) ha origini antiche; prima signori di Sacchetta di Sustinente, in insula Gubernuli sul fiume Po, che fu elevata a feudo imperiale nel 1359, poi marchesi del feudo di Colcavagno in Monferrato, grazie al riconoscimento concesso nel 1638 dalla contessa reggente Maria Gonzaga a Francesco.
Il periodo aureo della famiglia è senza dubbio il Settecento quando i Cavriani, conclusosi il dominio gonzaghesco, si distinsero per il colto mecenatismo colmando la lacuna della committenza asburgica sul fronte collezionistico. Il marchese Antonio avviò nel 1734 la costruzione del grande palazzo di Via Trento, realizzato per mano dell’architetto bolognese Alfonso Torreggiani sulle vestigia di quello antico, e accostando a tale impresa un’accorta attività di mecenatismo che portò alla formazione della prima raccolta di un ingente patrimonio.
La sala espone un prestigioso nucleo di opere donate nel 2014 dal marchese Federico Cavriani alla Fondazione d’Arco, a testimonianza dello stretto legame plurisecolare tra la sua famiglia e la città di Mantova. La donazione Cavriani riveste una speciale importanza non solo per la preziosità dei beni ricevuti ma per il significato culturale che veicola: due delle casate più importanti del Settecento mantovano vengono idealmente coniugate a Palazzo d’Arco che ne custodisce la memoria.

Le opere

Albero genealogico della famiglia Cavriani
Ambito lombardo, 1659. Carta vergata a inchiostro metallo-gallico

L’opera commissionata dall’illustre Signor Marchese Ferdinando Cavriani raffigura la genealogia della famiglia, dal capostipite Pietro, secondo il consueto modello iconografico del tronco d’albero con le sue ramificazioni.
L’albero affonda le radici sulle rive dell’insula Sacha bagnata dalle acque del fiume Po da cui deriva il toponimo Sacchetta di Sustinente; qui, visto dal Po ossia dall’originario ingresso principale, si trovava il maestoso Palazzo – Castello dei Cavriani, meticolosamente descritto dalla mano esperta del disegnatore, con le sue torri, i mirabili giardini e i campi annessi coltivati a vite maritata. Il palazzo-castello fu abbattuto nel 1855 in seguito ai gravissimi danni subiti dopo tre inondazioni (nel 1705, 1717 e 1801) e l’illustrazione sopra citata ne è l’unica immagine pervenuta.

Coppia di comò
Giuseppe Colombo, 1775. Legno e impiallicciatura di palissandro e vari legni

La pregiata coppia di cassettoni, a forma convessa, sono opera del noto ebanista Giuseppe Colombo, detto il Mortarino (da Mortara, luogo di provenienza) attivo a Milano come ”falegname di mobili e di fabbrica”, membro dell’Università de legnamari e autore di numerosi lavori datati dal 1774 al 1787. La puntuale attribuzione è supportata dalla presenza, sul fondo del mobile, di un cartellino con l’interessante nota a inchiostro bruno su carta:
“1775 Adi . 9 . Mago . fecit Gusepe Colombo . deto il mortarino”.
Le forme sinuose e la ricchezza dei dettagli negli intarsi, con trofei, bandiere e volute sul fronte, e con strumenti musicali e figure sui fianchi, i piani incastonati in alabastro e le montature in bronzo dorato con maniglie a forma di leoni in lotta e chiusure a testa di leone, i piedi a palla e zampa, sono espressione del barocchetto caratteristico dell’ambito culturale lombardo di cui il Colombo faceva parte e che di lì a poco sarebbe stato sorpassato dalla linearità e geometricità di Giuseppe Maggiolini (1738-1814).

Cofanetto
Bottega degli Embriachi, XV secolo, prima metà. Legno intarsiato e dipinto e osso intagliato

L’opera destinata a portagioie è un bel esempio della produzione ascrivibile alla celebre Bottega degli Embriachi diffusa e apprezzata in tutta Europa. Il coperchio a urna aggettante richiude il contenitore decorato con due cornici, modanate e intarsiate con i caratteristici motivi geometrici alla certosina; a impreziosire il corpo vi è una fascia composta da placchette in osso intagliato con scene figurate tratte dalla Storia di Susanna. I decori alla certosina continuano sul coperchio, su tre lati del quale corre un nastro in osso intagliato con motivo di angeli reggiscudo. Il quarto lato è incompleto.

Madonna con il bambino tra i Santi Cristoforo e Alvise
Bonifacio de’ Pitati (attr.), secolo XVI, primo quarto. Olio su tavola

Il quadro raffigura al centro la Madonna, dal volto dolcissimo, con in braccio il bambino e accanto i due santi Alvise vescovo, identificato dalla tiara, il pastorale e il messale, e Cristoforo con Gesù fanciullo sulle spalle, secondo la consueta iconografia occidentale legata al significato etimologico del nome: Cristoforo infatti significa in greco “(colui che) porta Cristo”.
L’opera, riconducibile all’ambito veneto del primo Cinquecento, è attribuita a Bonifacio de’Pitati, pittore nato a Verona nel 1487 e morto a Venezia nel 1553, legato ai modelli pittorici di Palma il Vecchio e al colorismo di Tiziano. Bonifacio era titolare di una bottega ampia e ben inserita nel mercato artistico cittadino, capace di soddisfare il gusto delle élite della capitale della Serenissima Repubblica.
Interessante quanto ambigua è l’iscrizione, sul retro della tavola al centro, in lettere capitali:
“Dominus . Andreas . de . Francischiae . hanc . picturam . facere . jussit . et . Magnificus . Titianus . ex . Cadubrio . propria . manu . pinxit .   Anno MDVIII”
Il Signore Andrea de Francischi ordinò di fare questa pittura e il Magnifico Tiziano dal Cadore dipinse di propria mano. Anno MDVIII.

Ritratto di Federico Cavriani
Anonimo, XVIII secolo. Olio su tela

Nato a Mantova il 16 settembre 1762, da Ferdinando Cavriani e Maria Rosa Bentivoglio d’Aragona, Federico fu un esponente del riformismo illuminato; stimato diplomatico e intellettuale impegnato fu un personaggio di grande spirito e dalla vita irrequieta.
Il dipinto ritrae il Cavriani, fregiato dell’onorificienza di cavaliere di Malta con in mano una lettera della madre; è da sottolineare lo stretto rapporto avuto con il genitore, documentato dalla fitta corrispondenza epistolare da cui è possibile ricostruire in dettaglio la sua vita.