Collezioni

Splendida e nutritissima è la collezione delle stampe. Qui sono conservati circa tremila esemplari di importanti maestri, tra cui Mantegna, Sadeler, Dürer, Marcantonio Raimondi, Agostino ed Annibale Carracci, Guido Reni, Antoine Van Dyck, Rembrandt, Callot, Salvator Rosa, Giandomenico Tiepolo. Notevole pure la collezione di stampe geografiche.

Nella scheda di ogni opera è riportata la sigla del compilatore (per le sigle vedi pagina "Progetto - Credits")

 

 

Sono circa diecimila i volumi della biblioteca d’Arco, più riviste e quotidiani. Tra le pubblicazioni più pregiate ricordiamo incunaboli (15), cinquecentine (500), tutta l’opera scientifica di Ulisse Aldrovandi, manoscritti (15). È presente l’intera Enciclopedie ou dictionnaire raisonnè des sciences, des arts et des metiers di Didierot e D’Alembert (Parigi 1751-1772 in 17 volumi + 11 di tavole, 5 di supplementi nel 1777 e 2 di indici nel 1780), la descrizione dei paesi del Guicciardini e l’erbario del Mattioli (solo per citare i più noti). La maggior parte dei volumi è collocata in Biblioteca e nelle sale attigue; alcuni libri pregiati sono in una vetrinetta nel passetto tra la Sala degli Antenati e la saletta Neoclassica, altri negli ambienti dell’Archivio.

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Nell’insieme delle collezioni della Fondazione d’Arco è custodito anche un gruppo di armi antiche, una sessantina di pezzi in totale, che sono quello che resta di una importante sala d’armi, dispersa nel passato. Il gruppo è costituito da una ventina di armi bianche giapponesi e da una quarantina di armi bianche e da fuoco occidentali di varie epoche. Delle armi giapponesi citiamo alcune armi in asta, tradizionali esemplari delle lance “Yari” del periodo che va dal XVII al XIX secolo, tra le quali tre “Naginata”, che fu detta arma delle donne, due coppie di lance tra le più diffuse del periodo “Tokugawa” le “Magari-Yari” a forma di croce, e due coppie di armi corte “daisho”, costituite da “Katana” e “Wakizashi” complete del classico “Kozuka”, lo stiletto inserito nel fodero. Delle armi occidentali la più antica è una “Ronca” o “Roncone” (primi del secolo XVI). Di circa cento anni più giovane, fine del secolo XVI, è la lama di fabbricazione bresciana che sui due gusci reca inciso “Sandrinus Scaschus”, che era uno degli pseudonimi usati dallo spadaio Giovanni Scacchi Sandri di Brescia. Sempre degli ultimi decenni del secolo XVI sono classificabili le sette pezze difensive: i resti di un elmo, un pettorale, tre pezzi di scarsellone a lame, un mezzo bracciale ed un manichino con manopola a cinque lamine. Interessante è la balestra a pallottole da sala. Solo sei sono le armi da fuoco: una coppia di pistoletti bresciani, due pistole con acciarino a pietra detto “a focile” e da una coppia di pistole del tipo “alla balcanica”.

Nella scheda di ogni strumento è riportata la sigla del compilatore (per le sigle vedi pagina "Progetto - Credits")

 

Non amplissima ma comunque interessante è la collezione di strumenti musicali di palazzo d’Arco. Gli ambienti della dimora che li ospitano sono il passetto che collega la Sala degli Antenati con la saletta Neoclassica, la cosiddetta Sala da Musica e la Sala Hofer. È comunque necessario ribadire che nessun esponente della famiglia d’Arco è stato un appassionato e valido musicista: la presenza di questi strumenti si deve pertanto al gusto collezionistico e ad acquisti sporadici.

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Nel contesto delle collezioni della Fondazione d’Arco ha posto una notevolissima raccolta di ceramiche meritevole d’esser conosciuta dagli appassionati di questo settore artistico. Si tratta di un complesso piuttosto disomogeneo sotto l’aspetto tecnico (ceramiche graffite, maioliche, porcellane, terraglie) e storico (vi sono rappresentate produzioni d’ogni fabbrica e d’ogni epoca tra le più importanti) nato, più che da esigenze di collezionismo, dalle necessità d’uso e perciò frutto di scelte casuali e pratiche. Accanto ai grandi servizi da tavola in maiolica, degli Antonibon delle Nove di Bassano e della manifattura di Faenza, vi sono anche quelli in porcellana della produzione Ginori di fine Ottocento, vari esemplari di manifatture orientali, alcuni della manifattura lodigiana di Antonio Ferretti del secolo XVIII mentre altri rimandano ad officine pesaresi. Accanto a questi esemplari prestigiosi figurano anche testimonianze della grande tradizione ceramica mantovana, la lavorazione graffita dei secoli XV, XVI e XVII, ben rappresentata nel museo grazie ai numerosi reperti raccolti dalla marchesa d’Arco durante i lavori di sterro nella vicina zona occupata un tempo dallo scomparso convento di san Giovanni delle Carrette. Infine non si può negare che il valore della raccolta trovi il suo fulcro in due pezzi acquistati dai Gonzaga presso le più importanti botteghe del tempo, il boccale faentino con il simbolo del crogiolo e la coppa raffigurante “La pesca miracolosa” attribuibile alla cerchia di Nicola d’Urbino.

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Il complesso degli arredi di Palazzo d’Arco appare ad un primo esame sostanzialmente omogeneo e temporalmente collocabile intorno al periodo della renovatio tardosettecentesca. Ad un più attento esame invece l’insieme degli arredi appare abbastanza variegato e legato a diverse provenienze: dagli acquisti fatti sul mercato italiano e straniero (basti pensare ai mobili veneziani o all’arredo della Sala Rossa) alle acquisizioni del palazzo in seguito al trasporto nella dimora cittadina di mobilio presente nelle proprietà del contado, come la villa dell’Olmo Lungo. Numerose d’altra parte sono le testimonianze del mobilio d’alta epoca, giunto nelle sale con acquisti mirati di gusto antiquario o tramite eredità e acquisizioni per via dotale da parte delle famiglie confluite in quella dei conti d’Arco: basti pensare ai quattro stipi con tarsie in avorio o alle decine di panche disseminate in vari ambienti e databili a partire dal Cinquecento.

Nella scheda di ogni opera è riportata la sigla del compilatore (per le sigle vedi pagina "Progetto - Credits")

 

 

Estremamente eterogenee sono le sculture ed i rilievi presenti nelle collezioni d’Arco, sia come provenienza, sia come qualità. La maggior parte della consistente collezione di rilievi e marmi greci e romani di proprietà della famiglia venne donata al costituendo museo dell’Accademia delle scienze, lettere e arti ed ora compaiono nelle collezioni di Palazzo Ducale.

Nella scheda di ogni opera è riportata la sigla del compilatore (per le sigle vedi pagina "Progetto - Credits")

 

disegni

Ricchissima è la collezione di disegni del palazzo. Sono conservate circa 150 opere comprendenti anche composizioni di grandi maestri. Tra questi ricordiamo: Giulio Campi (Cremona 1507 ca. – 1573), Angeli con i simboli della passione (studio per la volta del transetto di San Sigismondo in Cremona); Jacopo Negretti, detto Palma il Giovane (1548-1628), Mercurio e le tre Grazie, studi per le Grazie in piedi e sedute (recto) e studio per la caccia al toro (verso); Giovanni Mauro della Rovere detto il Fiamminghino (Milano 1475 ca. – 1540 ca.), Santo francescano in piedi fra gli appestati, Santo francescano in gloria fra gli appestati (recto); due santi nel deserto (verso). Altre opere sono autografe o assegnate ad Aurelio Luini (Milano 1530 ca. – 1593), Carlo Bononi, Carlo Antonio Procaccini (Bologna 1571 – Milano 1630), Giacomo Cavedone (Sassuolo 1577 – Bologna 1600), Johann Carl Loth (1632 –1698). Un nucleo consistente di disegni è quello legato a Carlo d’Arco (Mantova 1799-1872), storico dell’arte e artista. Tra i suoi disegni molti sono accademici e raffigurano soggetti vari, soprattutto opere d’arte. Non è possibile concludere la sezione dei disegni senza citare i cinque rari disegni raffiguranti altrettante Stazioni della Via Crucis opera Giuseppe Bazzani (Mantova 1690 - 1769).

 

Nella scheda di ogni opera è riportata la sigla del compilatore (per le sigle vedi pagina "Progetto - Credits")